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La coscienza di Agatocle

di Giovanni Frazzica

Sognava spesso di essere Agatocle, perché la singolarità del nome di quel Tiranno di Siracusa, negli anni della scuola, aveva, più di altri protagonisti della storia, attirato la sua attenzione di studente. Aveva letto ogni cosa di lui e ne aveva fatto quasi un mito, un modello da imitare. Del resto anche Niccolò Machiavelli lo prese a modello per l'VIII capitolo de Il Principe, dove parla di coloro che presero il potere attraverso i propri crimini. Quindi lo spessore, anche criminale, del personaggio c’era e, a ben guardare, la maggior fama di Dionisio era forse determinata da quella storiella della spada di Damocle, forse poco più di un aneddoto, amplificato e tramandato nel tempo fino alla nausea. Quella notte, per una di quelle stranezze che solo nei sogni possono capitare, era come se Agatocle dovesse sottoporsi ad un giudizio popolare. Con la sua veste bianca di candidato girava per le vie dei quartieri poveri della città e incontra i pescatori che vivevano nelle baracche di Ortigia e prometteva loro le case popolari, andava dai coltivatori di papiro e prometteva loro che avrebbe fatto importare il fango del Nilo per far crescere meglio le piante e tutti lo applaudivano ed erano contenti, gli promettevano il voto. Un saggio, che lui aveva mandato in esilio, gli aveva predetto che un uomo nero di capelli, proveniente da un grosso villaggio della provincia, gli avrebbe tolto il consenso dei cittadini. Questa profezia lo infastidiva, infatti, per ogni tiranno che si rispetti, la cosa peggiore che possa capitare è la perdita del potere, quello vero, reale, assoluto, totale. Ma pur essendo una sua preoccupazione allo stato latente, alla luce di quei sorrisi, di quegli applausi di quelle poderose strette di mano, nelle quali talvolta lasciava scivolare qualche moneta d’oro, la profezia del saggio, giustamente esiliato, si dissolveva come neve al sole. Poi avvenne uno straordinario prodigio ed il sogno comincio a diventare un incubo. Mentre passava davanti ad una gigantografia che riproduceva su un enorme foglio di papiro la sua effigie con sotto la scritta in greco “ Prima di tutto Siracusa” si accorse che la sua veste non era più bianca. Una vistosa macchia, che sembrava essere di sterco di colomba, si era formata proprio all’altezza del cuore. Ma non c’erano colombe, nè volatili di alcun genere. Una pia donna gli pulì la macchia e Agatocle riprese a camminare e a sorridere finche giunse davanti a una casa che apparteneva a due fratelli che aveva messo l’un contro l’altro fino a far si che si scannassero reciprocamente. A quel punto ricomparve la macchia, stesso punto, stessa sostanza. Agatocle si angustiava pensando:” come potranno votare i cittadini un candidato che ha una così vistosa macchia, proprio all’altezza del cuore, dove alberga la coscienza ?”. La pia donna del seguito lo pulì ancora, ma era tutto inutile, ad ogni passo c’era il ricordo di una nefandezza, di uno sciupio, di una promessa non mantenuta. “Che opinione si faranno di me i siracusani in queste condizioni? “ pensava Agatocle disperato. Si fece portare al Palazzo e si rinchiuse nel suo appartamento. Disse che non avrebbe voluto vedere nessuno fino a quando non avesse conosciuto l’esito del voto. Poi un trillo e una voce che gli dice: “Svegliati, c’è un certo Siracusano al telefono”. E lui ancora assonnato domanda:” E’ Agatocle?”. “No, dice di chiamarsi Paolo”.

Pubblicato il 4/7/2008 alle 21.45 nella rubrica Commenti.

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